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Il Santo del giorno, 22 Novembre: S. Cecilia, patrona della musica, di strumentisti e cantanti - S. Filemone, discepolo di S. Paolo

22 nov Maderno tomba santa cecilia

Non si sa bene il perchè del legame di questa santa con la musica, neppure l'origine, l'etimo del suo nome che la legherebbe, come Lucia, ala calare progressivo della luce autunnale: certo è che dolce e soffusa apparve, quando venne scoperta la sua tomba ed il suo corpo mirabilmente raffigurato nel marmo dal Maderno!

 

A Filemone, il discepolo delle Genti, vero perno del Cristianesimo, mandò la sua più bella e vera lettera, forse perchè corta, forse perchè tratta di fatti apparentemente privati...

di Daniele Vanni

Santa Cecilia (Roma, II secolo – Roma, III secolo) è stata una martire cristiana.

Il suo culto è molto popolare poiché Cecilia è la patrona della musica, di strumentisti e cantanti.

Fa parte, assieme a S. Lucia ed altri, di quei santi che ricordano con l’approssimarsi dell’inverno del calare progressivo della luce!

Infatti pare derivi da termine etrusco quasi del tutto ignoto, poi trasformato in un cognomen romano che starebbe a significare “cieco” “senza luce”. Nel sentire popolare si chiamano così gli orbettini, lucertole scambiate per serpi e considerate a torto più velenosi delle vipere! La cultura popolare ha sempre creduto infatti che le “cecelie” o orbettini fosse un serpente velenoso, tanto da dedicargli un proverbio che dice: “Se la vipera ci sentisse, se l'orbettino ci vedesse, poca gente al mondo ci sarebbe”. In realtà questo rettile possiede degli occhi piccoli, non è velenoso e perde la coda per difendersi.

Cecilia, nata da una nobile famiglia a Roma, sposò il nobile Valeriano.

Si narra che il giorno delle nozze, nella casa di Cecilia, risuonassero organi e lieti canti ai quali la vergine, accompagnandosi, cantava nel suo cuore: “Conserva o Signore immacolati il mio cuore e il mio corpo, affinché non resti confusa”.

Da questo particolare, è stato tratto il vanto di protettrice dei musicanti.

Confidato allo sposo il suo voto, egli si convertì al Cattolicesimo e nella prima notte di nozze ricevette il Battesimo, per mano del Pontefice Urbano I.

Tornato nella propria casa, Valeriano vide Cecilia prostrata nella preghiera con l’Angelo che da sempre vegliava su di lei e, ormai credente convinto, pregò che anche il fratello Tiburzio ricevesse la stessa grazia e così fu.

Il giudice Almachio aveva proibito, tra le altre cose, di seppellire i cadaveri dei Cristiani, ma i due fratelli, convertiti ormai alla nuova fede, si dedicavano alla sepoltura di tutti i poveri corpi che incontravano lungo la loro strada. Vennero così arrestati e dopo aver convertito anche l’ufficiale Massimo, che aveva il compito di condurli in carcere, sopportarono atroci torture, piuttosto che rinnegare Dio e vennero poi decapitati.

Cecilia pregò sulla tomba del marito, del cognato e di Massimo (tutti e tre Santi venerati il 14 aprile), anch’egli ucciso perché divenuto cristiano, ma, poco dopo, venne lei stessa chiamata davanti al giudice Almachio, che ne ordinò la morte per soffocamento nel bagno di casa sua, ma si narra che "la Santa invece di morire cantava lodi al Signore". Convertita la pena per asfissia in morte per decapitazione, il carnefice vibrò i tre colpi legali (era il "contratto" dei boia per ogni uccisione) e, non ancora sopraggiunta la morte, la lasciò nel suo sangue.

Fu Papa Urbano I, sua guida spirituale, a renderle la degna sepoltura nelle catacombe di San Callisto.

La Legenda Aurea narra che Papa Urbano I, che aveva convertito il marito di lei Valeriano ed era stato testimone del martirio, «seppellì il corpo di Cecilia tra quelli dei vescovi e consacrò la sua casa trasformandola in una chiesa, così come lei gli aveva chiesto».

Nell'821 le sue spoglie furono traslate da Papa Pasquale I nella Basilica di Santa Cecilia in Trastevere.

Nel 1599, durante i restauri della basilica, ordinati dal cardinale Paolo Emilio Sfondrati, in occasione dell'imminente Giubileo del 1600, venne ritrovato un sarcofago con il corpo di Cecilia in ottimo stato di conservazione.

Il cardinale allora commissionò a Stefano Maderno (1566-1636) una statua che riproducesse quanto più fedelmente l'aspetto e la posizione del corpo di Cecilia così com'era stato ritrovato; questa è la statua che oggi si trova sotto l’altare centrale della chiesa.

È quanto mai incerto il motivo per cui Cecilia sarebbe diventata patrona della musica. In realtà, un esplicito collegamento tra Cecilia e la musica è documentato soltanto a partire dal tardo Medioevo.

La spiegazione più plausibile sembra quella di un'errata interpretazione dell'antifona d’introito della messa, nella festa della Santa (e non di un brano della Passio, come talvolta si afferma). Il testo di tale canto in latino sarebbe: Cantantibus organis, Cecilia virgo in corde suo soli Domino decantabat dicens: fiat Domine cor meum et corpus meum inmaculatum ut non confundar ("Mentre suonavano gli strumenti musicali (?), la vergine Cecilia cantava nel suo cuore soltanto per il Signore, dicendo: Signore, il mio cuore e il mio corpo siano immacolati affinché io non sia confusa"). Per dare un senso al testo, tradizionalmente, lo si riferiva al banchetto di nozze di Cecilia: mentre gli strumenti musicali (profani) suonavano, Cecilia cantava a Dio interiormente. Da qui il passo ad un'interpretazione ancora più travisata era facile: Cecilia cantava a Dio... con l'accompagnamento dell'organo. Si cominciò così, a partire dal XV secolo (nell'ambito del Gotico cortese) a raffigurare la santa con un piccolo organo portativo a fianco.

In realtà, i codici più antichi non riportano questa lezione dell'antifona (e neanche quella che inizierebbe con Canentibus, sinonimo di Cantantibus), bensì Candentibus organis, Caecilia virgo.... Gli "organi", quindi, non sarebbero affatto strumenti musicali, ma gli strumenti di tortura, e l'antifona descriverebbe Cecilia che "tra gli strumenti di tortura incandescenti, cantava a Dio nel suo cuore". L'antifona non si riferirebbe dunque al banchetto di nozze, bensì al momento del martirio.

Dedicato alla santa, nel XIX secolo sorse il cosiddetto Movimento Ceciliano, diffuso in Italia, Francia e Germania. Vi aderirono musicisti, liturgisti e altri studiosi, che intendevano restituire dignità alla musica liturgica sottraendola all’influsso del melodramma e della musica popolare. Sotto il nome di Santa Cecilia sorsero così scuole, associazioni e periodici.

Cecilia, in quanto patrona della musica e musicista lei stessa. ha ispirato più di un capolavoro artistico, tra cui l'Estasi di Santa Cecilia di Raffaello, oggi a Bologna (una copia della quale, realizzata da Guido Reni, si trova nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma. Ricordiamo anche la Santa Cecilia di Rubens (a Berlino), del Domenichino (a Parigi), di Artemisia Gentileschi.

In letteratura, Cecilia è stata celebrata specialmente nei Racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer, in un'ode di John Dryden poi messa in musica da Haendel nel 1736, e più tardi da Hubert Parry (1889). Altre opere musicali dedicate a Cecilia includono l'Inno a santa Cecilia di Benjamin Britten, un Inno per santa Cecilia di Herbert Howells, la nota Missa Sanctae Ceciliae di Joseph Haydn, una messa di Alessandro Scarlatti, la Messe Solennelle de Sainte Cécile di Charles Gounod, Hail, bright Cecilia! di Henry Purcell e l'Azione sacra in tre episodi e quattro quadri di Licinio Refice (su libretto di Emidio Mucci), Cecilia (1934), Cantata a Santa Cecilia (1998) di Frederik Magle, e Cecilia, vergine romana cantata di Arvo Pärt.

Santi Filemone ed Appia, sposi e martiri, discepoli di San Paolo

22 novembre

Sec. I

Nella lettera a lui destinata, l'Apostolo delle Genti elogia la sua Fede e il suo amore a Cristo.

Emblema: Palma

Martirologio Romano: Commemorazione di san Filemone di Colossi, della cui carità per Cristo Gesù si rallegrò san Paolo Apostolo; è venerato insieme a sua moglie santa Affia.

Filemone di Colossi in Frigia, fu discepolo di s. Paolo.

A lui l'Apostolo scrisse la più breve delle sue epistole, una delle quattro che spedì dalla prigionia romana (Eph., Phil, Col, Philem.).

Era un facoltoso colossese, proprietario di fabbricati e schiavi.

Poiché s. Paolo non era stato a Colossc, Filemone deve averlo conosciuto ad Efeso (cf. Act. 19, 10-11), oppure durante un giro attraverso l'interno della provincia d'Asia (Act. 19, 26; I Cor. 16, 19).

Fu convertito e battezzato da Paolo insieme ai suoi (Philem. 19: « devi a me anche te stesso »), probabilmente durante il suo lungo ministero efesino tra il 54 e il 57.

Filemone si distingueva per la sua generosità nel soccorrere e nell'ospitare « i santi » (ibid. 5-7, 22) e la « chiesa » o comunità colossese, si radunava nella sua « casa » (ibid. 2).

Aveva almeno cinquant'anni quando (nel 63) Paolo gli scrisse da Roma, presentandoglisi come « vecchio » (ibid. 9); se Archippo, che doveva averne almeno trenta poiché godeva di autorità nella chiesa colossese (Col. 4, 17), era suo figlio, Filemone era più giovane di s. Paolo di dieci o quindici anni, non più.

S. Paolo chiama Filemone (ibid. 1) suo « collaboratore »; egli aveva infatti impiantato e diffuso l'Evangelo a Colossi, insieme ad Archippo il quale è considerato da Paolo suo « commilitone » (ibid. 2) e in Col. 4, 17 è menzionato come investito d'importante ministero nella chiesa colossese; perciò parecchi ritennero fosse vescovo di Colosse, forse sotto l'alto controllo e la direzione di Filemone (preposto alle varie chiese della valle del Lieo, Laodicea compresa?).

Il termine greco con cui Paolo qualifica Archippo, è classico (Senofonte, Platone, Aristotele), ma infrequente nei papiri (5-6 volte) e raro nel sec. I : solo un'altra volta nel N. T. (Phil. 2, 25) e una volta in Flavio Giuseppe al femminile (Bell. Iud. VI, 9, 1).

Non sorprende quindi se le Constitutiones Apostolicae (sec. IV), VII, 46, 12 (ed. Funck, Paderborn 1905, pp. 454 sg.) dicono Filemone vescovo di Colosse e Archippo vescovo di Laodicea (l'assegnazione di quest'ultimo a Laodicea è dovuta al fatto che in Col. 4, 17 sembra incluso nella « chiesa » di Laodicea). Che Filemone fosse capo della Chiesa di Colosse può dedursi anche dalla sua forte e operosa amicizia con s. Paolo (Philem. 13, 17, 22), che lo pone alla pari degli altri suoi noti « collaboratori »; per mezzo suo l'Apostolo si rivolge alla « chiesa » colossese (ibid. 2, 25), le cui assemblee dovevano essere presiedute da lui « nella casa » sua.

Se, come è probabile, Filemone era capo della comunità colossese, è da ritenersi uno « spirituale » eccezionalmente « perfetto » (cf. I Cor. 2, 6, 10-16), poiché l'Apostolo gli inviò, insieme alla breve lettera a lui intestata, la sublime sintesi dell'Epistola ai Colossesi.

Al tempo di Teodoreto (sec. V) si mostrava ancora in Colosse la casa di Filemone (In epist. ad Philem., Prooem., in PG, XXVI, col. 601).

 

Appia, o meglio Affia o Apphia, fin dall'inizio della lettera, è posta da s. Paolo a fianco di Filemone « fratello diletto » e salutata come « sorella diletla » (questo aggettivo manca nella maggioranza dei codd. e nelle edizioni critiche, ma si ha nella Volgata, nella Peshitta e in parecchi codd. dal sec. VIII in poi). S. Giovanni Crisostomo, Teodoreto, ed altri al loro seguito, hanno ritenuto, con buon fondamento, che essa fosse la moglie di Filemone.

Apparteneva, comunque, certamente alla sua famiglia, come del resto Archippo, nominato per ultimo fra i tre destinatari della lettera (ibid. 1-2) i quali formavano un gruppo familiare assai caro a Paolo; Archippo doveva essere il figlio di Filemone ed Appia.

La loro casa amica era a disposizione dell'Apostolo (ibid. 22).

I tre, insieme al loro schiavo convertito Onesimo, che è oggetto, e (con Tichico), latore dell'Epistola a Filemone, sono commemorati nei martirologi latini, al seguito dei menologi greci, il 22 nov. ; tutti e quattro sarebbero stati martirizzati insieme a Colosse.

Tra Filemone e s. Paolo intercorrevano rapporti di figlio a padre, una solidarietà (ibid. 17) di beni, di opere e di responsabilità che indusse l'Apostolo ad intervenire « più esortando che comandano » (ibid. 8-9) per risolvere il delicato caso di Onesimo, schiavo di Filemone, che era fuggito.

Filemone aveva acquistato un giovane schiavo, svelto e capace, che chiamò Onesimo (« utile »), nome greco che ricorre già in Tucidide. Dopo aver derubato il padrone, Onesimo scappò; giunse a Roma, ove confluivano avventurieri da ogni nazione, mentre Paolo vi era prigioniero (61-63). Gli schiavi fuggitivi erano fuori legge e, unendosi ai loro pari, si abbandonavano spesso alla delinquenza.

Esaurito il danaro, braccato forse dalla polizia, Onesimo, che in casa dell'antico padrone doveva aver sentito parlare di Paolo, andò a trovarlo nell'alloggio che l'Apostolo aveva affittato e ove riceveva liberamente le visite di molti (Act. 28, 30-31).

Paolo insegnò a Onesimo qual'è la vera, d'unica libertà : la vita interiore « nascosta con Cristo in Dio » (Col. 3, 3). Gesù Cristo, il più potente e libero tra gli esseri, sacrificò la sua sovranità e la sua libertà assumendo la veste di schiavo, e volle subire la crocifissione degli schiavi (Phil. 2, 7-8), per riscattare tutti dalla quadruplice schiavitù dell'errore, della carne con i suoi desideri, del mondo, del peccato (I Cor. 7, 23; Rom. 6, 16-22), di fronte alla quale le oppressioni esteriori sono cosa insignificante.

Paolo stesso era vissuto nella schiavitù della lettera della Legge, la quale non affrancava dalla carne e dal peccato; ma convertitosi allo Spirito di Cristo Signore, aveva trovato l'unica vera libertà (II Cor. 3, 17). Perciò la fede che unisce a Gesù e il Battesimo che immerge nel suo mistero di morte e di vita elevano il rigenerato sopra le transitorie vicende umane e annullano le abnormi distanze sociali prodotte dalle prepotenze egoistiche di pochi fortunati.

« Hai ricevuto la vocazione cristiana essendo schiavo? Ciò non ti deve angustiare. Ma, anche se puoi diventare libero, metti a profitto la tua condizione di schiavo. Infatti, colui che è chiamato nel Signore essendo schiavo, è il liberto del Signore. Parimenti, colui che è stato chiamato essendo libero è lo schiavo di Cristo. Siete stati comprati in contanti (dal Redentore); non diventate schiavi degli uomini!» (I Cor. 7, 21-23). Il più meschino schiavo di Cristo è il più libero degli uomini; invece la libertà conclamata dagli uomini abbandonati a se stessi è la più obbrobriosa delle degenerazioni oppressive (Rom. 1, 21-26). Solo chi è morto all'uomo vecchio crocifiggendosi con Gesù al mondo e alle sue nefandezze per risorgere con lui alla nuova vita, eterna (Col. 3, 6-10; Eph. 4, 20-24; Gal. 3, 27; 6, 14-15), possiede la libertà autentica: «voi siete stati chiamati per la libertà, fratelli; soltanto che non dovete fare della libertà un pretesto per la carne, ma, mediante la carità, dovete servirvi a vicenda » (Gal. 5, 13). Dalla vera ed unica libertà che si identifica con l'amore divino in Gesù Cristo, « né i ceppi, né le oppressioni, né le sofferenze del tempo attuale » ci potranno mai separare (Rom. 8, 18, 35-39). Perciò come non esiste più distanza tra il giudeo e il pagano, non vi è più differenza tra lo schiavo e il libero (Col. 3, 11; Gal. 3, 28; I Cor. 12, 13) : sono una sola e stessa cosa in Cristo.

Ignoriamo quante volte Onesimo sia stato istruito da Paolo, il quale, alla fine, lo battezzò. Stretto in catene, l'Apostolo libera lo schiavo di Filemone, che poteva ripetere ciò che Diogene diceva del suo maestro Andatene : « Mi ha reso libero nell'anima, e così ho cessato di essere schiavo ».

Paolo avrebbe voluto trattenere Onesimo, ormai cristiano e quindi libero, con sé, perché l'aiutasse mentre era prigioniero (Philem. 13). Ma legalmente il neofito era ancora schiavo di Filemone e, poiché Tichico partiva per d'Asia (Col. 4, 7-9), Paolo invia entrambi alla chiesa di Colosse con una sua lettera per Filemone.

Questa è la più breve — come si è detto — dell'epistolario paolino (25 versetti); eccezionalmente sembra essere stata scritta interamente di mano dell'Apostolo (Philem. 19) e verte intorno allo schiavo redento per il quale Paolo chiede il perdono, il condono, e delicatamente suggerisce, infine, l'affrancamento (ibid. 21). Non si tratta di un affare puramente privato: è connesso indissolubilmente alla fede e alla morale cristiana. Onesimo era ormai un « fratello carissimo e fedele » di Paolo e, in quanto tale e come uno « dei loro », interessava la Chiesa colossese (Col. 4, 9). L'Apostolo mediante questa lettera pone le premesse dell'affrancamento dello schiavo convertito.

La manumissio (cf. I Cor. 7, 22), nelle province greche, era attuata in forme non solenni che venivano progressivamente accolte nel diritto romano; la più semplice e spontanea era la manumissio inter amicos; il padrone dichiarava in presenza di amici di liberare lo schiavo.

Paolo anche se non si esprime apertamente contro la schiavitù, lo lascia intendere.

« Incatenato per Cristo Gesù », Paolo si unisce come intestatario della lettera « il fratello Timoteo ». Gli sono in quel momento vicini Epafra «mio concaptivo in Cristo Gesù » e i « collaboratori » Marco, Aristarco, Dcmas, Luca (Philem. 23-24).

Questi nomi sono gli stessi che compaiono nell'Epistola ai Colossesi (Col. 4, 10-14), che molti studiosi oggi non considerano scritta da Paolo, ma posteriormente. Forse anche per mano dello stesso Onesimo che morì nel 90 d.C.

Comnque sia, pare che entrambe le lettere, infatti, dovessero essere recate a Colosse da Tichico con Onesimo (Col. 4, 7-9).

Come le grandi epistole, Philem. è divisa in prologo, corpo della trattazione, epilogo e, come le altre, fin dal prologo irradia la luce e la vita dell'Evangelo. L'Apostolo sa che F. leggerà la sua lettera durante la sinassi liturgica in casa sua : perciò saluta, con Filemone e Archippo che la ospitano e dirigono, « la chiesa che si riunisce in casa tua » (Philem. 2), cui ritorna nella chiusa (ibid. 25) augurandole « la grazia di N. S. G. C. » (« con lo spirito vostro »). Ciò spiega il facile passaggio della seconda persona dal singolare al plurale (vv. 3-6, 22-25).

Il prologo (vv. 1-7) è costituito dal saluto unito all'indirizzo ai tre della famiglia (Filemone, Appia ed Archippo) ed alla « chiesa » (1-3) : l'augurio (« grazia e pace ») è letteralmente identico a quello di tutte le epistole paoline (eccetto Col. 1, 2 nel testo critico!). Segue il ringraziamento a Dio (vv. 4-7), in cui loda « la carità e la fede che (tu, Filemone) hai per il Signore Gesù e verso tutti i santi, onde la partecipazione della tua fede diventi operosa nella conoscenza di tutto il bene che è in voi, per Cristo » (v. 6) ; si congratula molto a motivo della « tua carità, perché le viscere dei santi si sono ristorate (secondo la promessa di Gesù: Mt. 11, 28) per causa tua, fratello » (v. 7).

Dopo l'insinuante esordio, Paolo introduce la sua richiesta (che — osserva — potrebbe essere « comando », in virtù dell'autorità apostolica e della paternità spirituale) in forma di amorevole raccomandazione (« preferisco esortarti a motivo della carità » v. 9) in favore di Onesimo, Io schiavo fuggitivo, pentito e redento in Cristo (vv. 8-21). La domanda si svolge poi nel quadro dell'eùayysXtov paolino, e procede dalla commossa rievocazione della presente situazione dell'Apostolo all'argomentazione dogmatica che sfocia nella vita in Cristo, unica e sovraterrestre per tutti i credenti senza distinzione. « Io, Paolo, ormai vecchio, ed ora anche incatenato per Cristo Gesù, intercedo per il mio figliuolo, che ho generato (cf. I Cor. 4, 15) nei ceppi » (v. 10). Fino al v. 16 espone i motivi connessi alla persona del suo neofito.

« Onesimo (" utile ", donde una delicata paronomasia) ti fu già disutile; ma ora è utile e a te e a me. Te l'ho mandato, e tu accoglilo come le mie stesse viscere» (vv. 11-12). Dopo la sua conversione o « nuova creazione », che ha liquidato tutto il passato (cf. II Cor. 5, 17), spiega l'Apostolo, « avrei voluto trattenerlo presso di me, affinché in vece tua mi servisse mentre sono nei ceppi dell'Evangelo ». Ma, rispettoso dei diritti (legali, convenzionali) del padrone, « non ho voluto fare nulla senza il tuo permesso, né che tu compissi un'opera buona perché costretto, bensì per tua volontà» (vv. 13-14). Ed assurge ai principi supremi dell'economia salvifica (vv. 15-16) : « Forse infatti a tal fine si è separato temporaneamente da te, perché tu lo ricuperi in eterno, e non più quale schiavo ma ben più che schiavo quale fratello diletto; se è tale per me, tanto più per te per ragioni naturali e soprannaturali ». E Paolo, incalzando, conclude (vv. 17-20): «Se dunque mi consideri in comunione con te (per la fede e carità, cf. v. 6), accoglilo come me stesso. Se poi in qualche cosa ti ha danneggiato o ti è debitore, imputalo a me stesso ». E come il debitore che s'impegna legalmente, aggiunge : « Io, Paolo, ho scritto di mia mano : restituirò. Per non dirti che, a tua volta, tu mi devi te stesso. Sì, fratello, fa che io abbia da te questo favore nel Signore. Ristora le mie viscere (cf. v. 7) in Cristo ». E termina con una frase che suggerisce discretamente a Filemone una generosità più piena : « Ti ho scritto persuaso della tua obbedienza (la domanda dell'Apostolo equivale quindi a un " comando ", v. 8 : poiché si basa su motivi irrecusabili), sapendo anzi che farai anche più di quanto dico » (v. 21), concederai cioè addirittura l'affrancamento al tuo schiavo rigenerato in Cristo, divenuto quindi tuo « fratello diletto » (v. 16).

Nell'epilogo, contraccambiando Filemone con una consolante prospettiva, Paolo annunzia come probabile la sua venuta in casa di Filemone, poco dopo che vi sarà rientrato Onesimo. « Contemporaneamente prepara anche a me ospitalità; spero infatti che, mediante le vostre preghiere, vi sarò concesso » (v. 22). Le norme di ospitalità ricorrono nella Didaché 11, 3-6.

Questo accenno dell'Apostolo al suo prossimo proscioglimento induce a supporre che la lettera a F. per porre termine all'avventura di Onesimo fu scritta al termine del biennio della prigionia romana 61-63.

Ignoriamo però se il progetto di raggiungere fra breve la casa di F. a Colosse, potè realizzarsi.

Il merito della conservazione di questa breve lettera paolina risale anzitutto a Filemone e alla sua famiglia. Menzionata dal canone Muratoriano (sec. II) che la pone con le tre lettere pastorali, la lettera a Filemone è rivendicata come autentica, contro i pochi critici radicali che la rigettarono.

Rinviando Onesimo al suo padrone, Paolo non intendeva certo consacrare l'istituto della schiavitù allora diffusa. Ma si astiene, sull'esempio di Gesù Cristo, da pose demagogiche e rivoluzionarie, puntando ala sola vera e possibile rivoluzione: quella personale, orientando gli animi dei padroni e degli schiavi ai supremi valori immutabili, all'apprezzamento della vera inamissibile libertà, che è interiore e non subordinata alle contingenti sopraffazioni sociali.

L’unica e completa uguaglianza è quella di tutti alla luce di Dio in Cristo. Tutti sono uguali davanti al Giudice del bene e del male, e che l'unico padrone tollerabile è quello che riconosce di essere anch'egli servo del « Padrone in cielo ».

Di questa unica libertà ed eguaglianza, per cui occorre rassegnarsi alle temporanee ingiustizie terrene, l'Apostolo era costante assertore (I Cor. 7, 21-22). Chiunque è battezzato è « fratello diletto » d'ogni altro cristiano, sia pur ricco e potente (Philem. 16) : sono infatti parimenti rigenerati quali figli di Dio (Col. 1, 12-14; Gal. 3, 26; 4, 7), ed in Cristo scompare ogni differenza tra lo schiavo e il libero, il capo e il suddito (Col. 3, 11; Gal. 3, 28; I Cor. 12, 13).

La Lettera a Filemone è uno dei testi del Nuovo Testamento, la più breve delle lettere di Paolo, in quanto composta solamente di 25 versetti. La lettera è indirizzata a Filemone, ad Affia, probabile moglie di Filemone, ad Archippo, che alcuni studiosi identificano come figlio del destinatario, e alla chiesa che era nella stessa casa di Filemone.

L'attribuzione dello scritto a Paolo di Tarso, oltre che dalla tradizione cristiana e da Origene e Tertulliano, è largamente riconosciuta anche dai critici. Il destinatario principale è Filemone, un cristiano invitato da Paolo ad accogliere Onesimo, un suo servitore fuggito.

La Lettera

« Ringrazio sempre il mio Dio quando faccio menzione di te nelle mie preghiere [...] Poiché ho provato molta gioia e conforto a motivo del tuo amore, perché i teneri affetti dei santi hanno trovato ristoro per mezzo tuo, fratello. »

(Paolo a Filemone (versetto 4 e 7))

I tre personaggi principali della lettera a Filemone sono: l'apostolo Paolo, autore della missiva; Filemone, destinatario principale e Onesimo, schiavo di Filemone, soggetto principale della lettera. Filemone era un cristiano benestante residente a Colosse, città della Frigia nel centro dell'Asia minore. Onesimo era invece uno dei suoi schiavi, fuggito dal suo padrone probabilmente rubando anche del denaro per pagarsi il viaggio e le spese necessarie per la fuga (Filemone 18).

A Roma Onesimo entrò in contatto con Paolo, lì prigioniero in una sorta di arresto domiciliare. Questo incontro cambiò la sua vita: Onesimo si convertì e divenne cristiano. Collaborò quindi con Paolo fino al tempo del suo viaggio di ritorno da Filemone, consapevole che, come cristiano, il suo precedente comportamento nei confronti del suo padrone non era stato esemplare.

Nella lettera l'apostolo Paolo, amico personale di Filemone, gli chiede di riaccettare e perdonare la fuga di Onesimo, ora fratello nella stessa fede.

Paolo in questa lettera preferì far leva non sulla sua indiscussa autorità apostolica, quanto piuttosto sull'amicizia intensa e personale che lo legava al cristiano colossese, con il risultato che le espressioni di questa breve missiva toccano sentimenti profondi a dimostrazione di come l'amore fraterno può superare ogni incomprensione, litigio e torto.

Data e luogo

Secondo la maggior parte degli studiosi, questa breve lettera sembra formare un gruppo omogeneo con la Lettera agli Efesini e la Lettera ai Colossesi: Paolo l'avrebbe quindi scritta durante la sua prigionia (Filemone 10) a Roma negli anni 61-63.

Altri l'avvicinano invece alla Lettera ai Galati e alla Lettera ai Filippesi, deducendo che Paolo l'avrebbe scritta ad Efeso negli anni 54-55.

Scopo e destinatari

La lettera non ci spiega perché Onesimo si trovasse con Paolo a Roma a più di mille chilometri da Colosse. Paolo scrivendo a Filemone chiarì: Se [Onesimo] ti ha fatto qualche torto o ti deve qualcosa, mettilo sul mio conto (Filemone 18). Queste parole dimostrano che Onesimo aveva dei problemi irrisolti con il suo padrone Filemone, per cui la lettera dell'apostolo di Tarso fu scritta con lo scopo di fare riconciliare i due uomini, ambedue ora, non solo appartenenti alla stessa fede, perché cristiani, ma anche intimi amici suoi. Infatti mentre la stima e l'amicizia di Paolo per Filemone traspare in ogni parte della lettera, l'affetto per Onesimo oltre che nella lettera stessa è anche descritto nella Lettera ai Colossesi (capitolo 4, versetto 9) dove Paolo scrive: «[...] Onesimo, mio fedele e diletto fratello, che è dei vostri [...]»

Il destinatario principale è il cristiano di Colosse, Filemone, destinatari secondari come si legge nella intestazione sono la possibile consorte di Filemone, Affia, il probabile suo figlio, Acchippo, e altri congregati nella casa del destinatario.

Scrittore, autenticità e canone

Tradizione, studiosi e testimonianze dei primi secoli sono tutti concordi nell'asserire che lo scrittore fu Paolo. Una prima prova è intrinseca alla stessa lettera, visto che chi scrive si chiama Paolo prigioniero per amore di Gesù Cristo (versetto 1).

Riconobbero che fu Paolo lo scrittore sia Origene che Tertulliano del II secolo. Anche Eusebio di Cesarea del III secolo, riconobbe Paolo come scrittore della missiva a Filemone così come fa rilevare la Cyclopædia of Biblical, Theological, and Ecclesiastical Literature di John M'Clintock e James Strong[4].

Che la lettera fosse inclusa nel canone biblico dei primi secoli è provato dalla presenza di una parte della stessa in un antico papiro del II secolo, che contiene infatti i versetti 1:13-15 e 24-25 di Filemone.

Inoltre in quello che lo storico Ambrogio Donini definisce come [ogni sua riga] sembra sia stata scritta appositamente per stimolare la curiosità di chi porta qualche interesse alla primitiva storia cristiana, ovvero il Canone muratoriano considera la lettera autentica, come quelle altre lettere di Paolo cui fa riferimento il rinomato canone.

La lettera a Filemone trova inoltre riscontro anche nel Codex Vaticanus del IV secolo.

Composizione

Struttura e contenuto

Questa breve epistola di Paolo è una delle più brevi di tutta la Bibbia, con soli 25 versetti: solo la seconda e la terza lettera di Giovanni sono più brevi. La lettera si distingue da tutte le altre di Paolo perché è da considerarsi una lettera "privata", ovvero scritta non principalmente e ufficialmente a una chiesa primitiva o a un responsabile di una comunità cristiana, bensì a un singolo cristiano, con cui "privatamente" affronta uno specifico problema. Nel contenuto della missiva, Paolo annuncia al cristiano di Colossi il ritorno del suo schiavo fuggiasco Onesimo. Paolo, che conosceva sia Filemone che Onesimo, avrebbe desiderato tenere al proprio servizio Onesimo (19) per essere aiutato nella sua opera di evangelizzazione, ma non lo fa, rimandandolo al legittimo padrone chiedendogli però di accoglierlo non più come uno schiavo, bensì come fratello.

Per Paolo è importante l'approvazione di Filemone, sia come libera manifestazione di solidarietà ("non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario", 14), sia per rispetto alla legislazione del tempo.

È molto probabile che Paolo abbia raggiunto il suo scopo, perché nel suo ambiente più tardi si troverà un certo Onesimo. Anche come vescovo.

La legislazione del tempo in cui si svolsero gli avvenimenti narrati nella lettera di Paolo considerava molto grave la fuga di uno schiavo dal suo padrone.

Il reato veniva sanzionato con condanne molto dure. Si usava imprimere un marchio a fuoco sulla fronte degli schiavi catturati dopo la fuga. Spesso poi venivano torturati, gettati alle fiere nel circo oppure erano crocifissi, per dissuadere così gli altri schiavi dall'imitarne l'esempio.

Mentre una famiglia normale poteva avere fino a due o tre schiavi, una persona ricca del I secolo ne poteva avere fino a diverse decine.

I lavori svolti dagli schiavi nelle case erano molto vari: c'erano schiavi che lavoravano come custodi, cuochi, camerieri, addetti alle pulizie, corrieri, bambinaie, balie, addetti al riscaldamento e ai fuochi, agli acquisti, oltre ad altri che rendevano servizi personali di ogni genere, per non parlare di quelli che esercitavano professioni dotte nelle case più grandi e più ricche

Secondo la legislazione romana del I secolo, lo schiavo era completamente in balìa degli umori del suo padrone. Fondamentalmente e giuridicamente lo schiavo non era una persona ma un oggetto del quale il padrone poteva disporre liberamente, essendo collocato sullo stesso piano degli animali domestici o degli arnesi da lavoro e non era preso in considerazione dal diritto civile. Non esisteva nessun limite alle punizioni che un padrone capriccioso o volubile poteva infliggere al suo schiavo, avendo potere di vita o di morte anche per reati insignificanti.


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